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La forza della musica

Quando la incontro per la prima volta, Titta (nome di fantasia) è abbandonata sulla sedia a rotelle e, spinta dalla mamma, si sta concedendo l’unica “passeggiata” possibile, avanti e indietro lungo il corridoio dell’Hospice.
Mi presento e cominciamo a camminare insieme.
Quando passiamo davanti alla sala col pianoforte, mi accorgo che Titta guarda all’interno con interesse e curiosità: entriamo e spiego che lo strumento viene spesso suonato da Monica, una Oss musicoterapeuta, per allietare i pazienti ricoverati, oltre a servire per qualche concerto che si organizza in Hospice.
Titta è concentrata sul pianoforte e sussurra: “Anch’io una volta suonavo….”
“Vorresti provarlo?” le chiedo
“Mah, è tanto che non suono più, però mi piacerebbe” risponde un po’ incerta ma con voce speranzosa
Vado subito a cercare Monica che ha la chiave per aprirlo (siamo fortunate, è di turno), prendiamo alcuni spartiti, sistemiamo la carrozzina in modo da permettere a Titta di arrivare alla tastiera e ….si apre una parentesi magica!
Titta accarezza dolcemente i tasti, le sue dita, gonfie e incerottate a causa di un’infezione, cercano tremanti le note, qualche accordo, poi “per Elisa” comincia a prendere corpo, il suono diventa più sicuro, la musica si diffonde nell’aria ed ha il profumo di una conquista.
Titta si trasforma, pian piano si stacca dallo schienale della poltrona e si mette diritta, i gomiti in giusta posizione, il volto si distende, concentrato nello sforzo ma sereno, le mani non tremano più. Alla fine un sorriso chiude l’esecuzione, Titta si riappoggia alla poltrona sfinita, noi attorno a lei che applaudiamo emozionate e commosse, convinte di aver assistito ad un evento straordinario nella sua apparente semplicità.
Titta si è infatti riappropriata della “sua identità”, quella che la malattia sta cercando di rubarle, è tornata ad essere, seppur per un soffio di tempo, la giovane donna che è ancora dentro di lei, sensibile ma forte e sicura, lontana dalla fragilità e dal dolore della realtà quotidiana.
Nei giorni seguenti, scopriamo che a casa Titta possiede un grande pianoforte a coda, che ora tace e sul quale si sta ormai depositando la polvere dell’abbandono. Consapevole del suo grande amore per la musica, un volontario decide di organizzare un concerto in suo onore.
I preparativi si fanno urgenti perché Titta si sta aggravando velocemente. La morte sta sempre seduta in un angolo della sua stanza, qualche volta si alza e si avvicina al letto, allunga una mano per ghermirla, poi la ritrae, vinta dalla forza di Titta che vuole arrivare a quel giorno. E finalmente quel giorno arriva.
Titta viene coricata con mille precauzioni su una poltrona speciale e può cosi assistere al suo concerto, circondata da altri pazienti e da tante persone che le vogliono bene.
La musica di Chopin, suonata magistralmente dal M.o Cappello, acquista in quel momento una valenza particolare, non è più solo il mezzo per offrire agli ospiti dell’Hospice qualche ora di serenità ma si trasforma in una dimensione emozionale nella quale ci troviamo tutti uniti, commossi, empaticamente vicini come non mai l’uno all’altro.
Alla fine tanti applausi per l’esecutore ma soprattutto per lei e il suo coraggio: Titta non ha più la forza di sorridere, ma gli occhi le brillano di una luce particolare.
Il mattino seguente abbandona il suo corpo e spalanca la porta su quell’indecifrabile infinito che non appartiene alla sfera dell’umano ma a quella del divino: sono sicura che ad accompagnarla in questo ultimo viaggio sono state le note di un notturno di Chopin.